martedì 16 luglio 2013

Attack On Titan: l'anime che non mi aspettavo

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Sarà l'età, sarà la fatica dell'ex lettore bulimico di manga, ma è molto che non riesco a seguire uno shōnen per più di un paio di uscite senza provare una terribile sensazione di déjà vu.
Per quanto sappia non essere un genere ma un semplice riferimento al target a cui certe opere sono rivolte, faccio fatica a non ritrovare in tutti i manga indirizzati ai ragazzi, siano battle manga o commedie romantiche, le stesse identiche trovate narrative, gli stessi personaggi, le stesse emozioni, la stessa retorica buonista dell'amore che vince ogni difficoltà.

Il mio pusher di fumetti ormai non prova nemmeno più a piazzarmi un nuovo volume fresco fresco di stampa, ché tanto io lo guardo con fare sprezzante, lo sfoglio con l'entusiasmo di un palombaro in una vasca di melassa e poi torno nel solito angolo a cercare ristampe di roba Vertigo. 

Poi succede che la settimana scorsa un mio compare mi contatta su un famoso servizio di messaggeria istantanea, aprendo la conversazione con un: «Ehi Nedo, so che non ci crederai, ma ho trovato un anime che non mi provoca violente convulsioni dopo la visione. Si chiama Attack on Titan, ti consiglio di guardartelo».

Avevo sentito già parlare molte volte di Shingeki no Kyojin (進撃の巨人), fin dal suo debutto cartaceo nel 2009 sul mensile «Bessatsu Shōnen Magazine» della Kōdansha. Complice il fatto che fosse naturalmente ancora inedito in Italia, dopo qualche immagine qua e là lo catalogai frettolosamente come l'ennesimo tentativo di creare una copia di Berserk adatta a un pubblico più giovane. «E poi il protagonista è un regazzino. Basta regazzini», mi dissi da fine intenditore di 'sta ceppa.
Qualcuno però iniziava a dire che fosse una vera figata. Che fosse interessante. Che tutto sommato si discostasse così tanto da altre produzioni simili da sembrare un seinen, un manga per adulti.


Avrei potuto darci un'occhiata, giusto per, ma poi la mia memoria a medio termine di marzapane e i miei preconcetti da calvinista olandese del Seicento mi hanno fatto completamente dimenticare dell'opera prima di Hajime Isayama, giusto fino alla conversazione con il compare suddetto.
Questo attestato di stima del mio sodale mi ha molto incuriosito, visto che ha più problemi con la narrativa disegnata (e animata) giapponese di quanti mai ne potrei avere io, perciò se gli era davvero piaciuto l'adattamento televisivo di Attack on Titan, probabilmente aveva davvero qualcosa di speciale.

Mi sono fiondato su YouTube, giusto per guardare l'opening e farmi un'idea dello stile. «Tanto quanto vuoi che duri? Due minuti? Poi se mi ispira, magari in questi giorni mi guardo una puntata.»
Poi parte Feuerroter Pfeil und Bogen, il tema musicale dell'opening, e perdo completamente la testa.


Sì, il video è ribaltato. Ma non stiamo a fare i ficosi, occhei?

Mi parte la bambola e corro a guardare la prima puntata con un'inspiegabile pelle d'oca. E poi le successive dodici. Tutte di fila, fino alle tre e mezzo di notte. Sì, ho un problema, ma non è questo il punto.

Il punto è che Attack on Titan è davvero differente, fresco, intrigante.
E questo partendo con una premessa narrativa abbastanza semplice e lineare, al contrario di molti altri manga che si presentano con idee contorte e cervellotiche per poi offrire dopo tre capitoli solo schiaffi dragonbolli pur di non chiudere baracca.

Nell'universo di Shingeki no Kyojin, la popolazione è costantemente minacciata dai titani, enormi creature antropomorfe dall'intelligenza limitata che hanno come solo istinto primario quello di divorare qualsiasi umano incroci la loro strada. Non vi è una spiegazione a questa pulsione, non possedendo un apparato digerente e sostentandosi con la sola esposizione alla luce solare.
Regrediti ormai a una sorta di medioevo post-moderno, i pochi sopravvissuti ai costanti attacchi dei giganti costruiscono tre colossali cinte murarie, apparentemente inespugnabili, che permettono loro di vivere un intero secolo senza subire alcun attacco da parte dei propri predatori naturali.



Allo scoccare del centesimo anno, l'apparizione di due titani speciali, dotati di un intelligenza strategica superiore rispetto alla sola bovina determinazione degli altri esemplari della specie, porta al crollo del primo muro e a un massacro di civili che getterà l'umanità intera in una disperazione che speravano di non dover più provare.
Con le mura ormai tutt'altro che affidabili come deterrente, l'unico baluardo a difesa della popolazione è l'esercito, addestrato al combattimento contro i Titani ed equipaggiato con rampini retrattili e un propulsore a gas che permette di muoversi rapidamente su tutti e tre gli assi per eseguire la cosiddetta "manovra tridimensionale", con piroette e balzi fra i palazzi che ricordano l'estasi cinetica delle migliori rappresentazioni dell'Uomo Ragno.
Dopo decenni di inattività e pace, basteranno dei comuni soldati a respingere una tale minaccia?



La risposta ovviamente è no. Non basta per niente. Ed è qua che si inizia a intuire la grandissima differenza con la concorrenza: Attack on Titan non si sofferma sulla forza dell'amore e dei sentimenti, sulla volontà che spezza qualsiasi catena, ma è piuttosto un bignami sulla disperazione umana, una summa moderna sul terrore, il senso di impotenza verso l'ignoto, la sconfitta. Non è un caso che, nonostante l'azione non manchi, spesso l'autore indugi in lunghi momenti di riflessione introspettiva e non perda occasione per far comunicare fra di loro i personaggi, vero centro nevralgico dell'opera.

Per certi versi, mi ricorda il The Walking Dead di Kirkman, con personaggi umanissimi, fragili e in balia di eventi che non riescono a comprendere, sempre sballottati fra piccole vittorie personali e devastanti debacle collettive.
Shingeki no Kyojin mi ricorda la bellissima serie sugli zombie della Image anche per un altro aspetto, tutt'altro che secondario: durante la visione non ti chiedi se il tuo personaggio preferito morirà, ma piuttosto quando morirà. Non c'è pietà nell'occhio e nella mano dell'autore, capace di far morire protagonisti in momenti inaspettati e anticlimatici; non vi è traccia della solita martirizzazione stucchevole e patetica di molti shōnen, in cui vieni preparato alla dipartita di un personaggio con qualche numero d'anticipo e un paio di flashback da Romanzo Cuore.



Parte dello charme della serie proviene anche dai Titani, veri protagonisti silenziosi della storia. Sono spaventosi. Davvero spaventosi. Non solo per il tratto con cui sono disegnati, nervoso, surrealistico, di un comico grottesco che vira verso l'horror, ma anche per alcune caratteristiche intrinseche con cui lo spettatore deve fare i conti: sono una minaccia con cui non si può dialogare né mediare, le loro azioni sembrano inspiegabili e non sembrano mostrare alcuna intelligenza. Uccidono perché uccidono e tu che guardi, come i protagonisti, non sai proprio cosa pensare.
Così si costruisce un avversario davvero spaventoso, appoggiandosi proprio sulla più grande paura atavica nell'uomo: l'ignoto.



Vi consiglio caldamente la visione e, come il sottoscritto, non sarebbe male nemmeno recuperare i primi otto numeri, pubblicati da Planet Manga, e disponibili dal vostro fumettaro di fiducia. Non ve ne pentirete.

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4 Response to Attack On Titan: l'anime che non mi aspettavo

saxveritas
16 luglio 2013 17:14

concordo su tutto. un survival sui titani, invece dei soliti zombie, con la costante certezza che sei inferiore, che puoi soltanto procastinare la tua dipartita e non evitarla, che affrontarli vuoldire morire quasi sicuramente. E poi anche tanta strategia, che mi son rotto di veder vincere i combattimenti a suon di spirito combattivo o grazie al potere del cuore che vince su tutto...

Zuzzurellone
16 luglio 2013 20:02

una domanda mi assilla: perchè una civiltà con le competenze tecniche atte a costruire spararampini che perforano i muri fa combattere in prima persona i soldati invece di mandare a fuoco i propri nemici? Li vedi arrivare, gli getti addosso olio infiammabile, butti un cerino. Più semplice di così...

Lokeebot
16 luglio 2013 21:06

Non so, sembra che abbiano relativamente pochi problemi con fuoco, acido o qualsiasi cosa che non sia un taglio chirurgico sul collo.
Certo, non mi sarei accontentato di mandare tizi muniti di spada contro montagne di carne, ma è il bello della finzione :D

Mirko Do Rosario
22 luglio 2013 20:49

l'olio non servirebbe i giganti si rigenerano dopo qualsiasi ferita apparte un taglio o la distruzione completa di uno specifico punto sulla nuca (le cui coordinate vengono descritte con precisione) infatti un colpo di cannone puo ucciderli ma deve colpire esattamente un punto ed è difficile... per questo hanno i rampini per ARRIVARE al altezza giusta visto che i giganti variano dai 4 hai 15 metri

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